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L’expat e la sindrome dell’impostore

Di sindrome dell’impostore si parla moltissimo ultimamente, e oggi lo approfondiamo da una prospettiva tutta particolare, quella expat.

Partendo dal concetto di base, intanto e’ importante chiarire che la sindrome dell’impostore in realta’ non e’ una sindrome, e non viene considerata una diagnosi, piuttosto e’ un’esperienza personale che si puo’ riassumere come la percezione di non meritare i successi ottenuti e di non sentirsi abbastanza.

Ora, la domanda che mi sono posta riflettendoci nel tempo e’ stata questa: e’ possibile che per gli espatriati questa sensazione (in certe fasi) sia piu’ accentuata?

E a partire dal mio lavoro, la risposta che ho ottenuto e’ si.

Chi si trasferisce all’estero e’ a contatto con piu’ situazioni in cui contemporaneamente sono messe alla prova le sue risorse, per cui e’ facile in certi momenti essere piu’ vulnerabili al self-doubt.

Inoltre soprattutto all’inizio (ma non solo), ci si puo’ sentire degli outsider e questo si incastra perfettamente con la sensazione di non essere alla pari della sindrome dell’impostore.

Percio’ se vivi fuori, e ti capita spesso di metterti in dubbio e sentirti inadeguato, non sei solo.

Ascolto spesso la paura di essere scoperti a lavoro: “il capo si accorgera’ che le mie competenze non sono sufficienti, pensera’ di aver sbagliato a prendermi e che ha perso tempo nell’investire in me”.

Sotto sotto ci si sente un “bluff”, si ha paura di venire esposti e si percepiscono i colleghi come “migliori”.

Anche se riceviamo dei feedback positivi e ci viene detto che andiamo bene, facciamo fatica a crederci. “Non ho fatto chissacche’ ” ci diciamo, o comunque “non e’ detto risucceda”.

Abbiamo continuamente paura di fallire, di perdere tutto cio’ che ci siamo sudati spostandoci, e questo ci porta a sentirci ansiosi e magari a procrastinare.

Ascolto anche spesso, l’insicurezza rispetto alla lingua: con le altre persone non ci si sente mai all’altezza, il modo in cui si parla non e’ mai perfetto, e questo ci fa sentire fuori posto (anche se siamo migliorati molto!).

Infine e’ la norma (ahime’) il confronto con altri expat: “loro hanno raggiunto i loro obbiettivi”, “non hanno i problemi che ho io, stanno bene”. E questo viene vissuto con rabbia e molta tristezza.

Hai mai pensato queste cose anche tu?

Ora che abbiamo visto le esperienze piu’ comuni, passiamo ad analizzare le dinamiche interne sottostanti se ti va! (Per farlo considerero’ l’analisi transazionale che utilizzo spesso in terapia, secondo la quale esistono in noi diverse “parti” 🙂 ).

Quando non riconosciamo i nostri successi e quello che facciamo non ci sembra mai abbastanza, probabilmente dentro di noi ha preso piede il nostro genitore interno critico, che svaluta cio’ che abbiamo ottenuto, sminuisce cio’ che abbiamo fatto bene e critica il nostro impegno.

Ci mette pressione a lavoro chiedendoci degli standard molto alti (che a volte sono pure vaghi!).

Ci fa sentire umiliati rispetto a cio’ che ancora non padroneggiamo.

Ci invita a fare paragoni con gli altri, da cui noi usciamo puntualmente in difetto.

Contemporaneamente a questa auto-critica (piu’ o meno consapevole), il nostro bambino interiore ascoltando tutto questo rimprovero, si convince di non essere mai abbastanza e che il suo valore e’ basso e dipende dalle prestazioni (sei ok solo sei bravo).

Ecco perche’ per chi vive la sindrome dell’impostore e’ difficile essere lucido e realistico sui suoi traguardi: il pensiero razionale e’ offuscato dalle continue critiche che si fa, e dalle paure che ha di essere sbagliato e di non valere.

Mi segui? 🙂

Se vuoi riflettici un attimo e vedi se puoi applicarlo a cio’ che succede a te.

Questo post sta arrivando alla sua conclusione, percio’ voglio lasciarti quattro spunti su cosa puoi fare per lavorare sulla sindrome dell’impostore se la vivi 🙂

  1. Diventa consapevole del tuo dialogo interno:
    cosa dice il tuo genitore interno critico nello specifico? Ad esempio “dovresti..” “devi”.. “non va bene che..” (puoi vedere anche le frasi che dicevo prima). Qual e’ il suo schema “ideale”, i suoi standard e le sue regole?
  2. Allena la tua capacita’ di fare l’esame di realta’:
    Vai alla ricerca delle prove che hai fatto un buon lavoro e scrivile. Leggerle nero su bianco ti puo’ aiutare a pensare in modo piu’ lucido e realistico.
    Inoltre, riconosci le generalizzazioni o i pensieri estremi che fai e mettili in discussione! (ad es. “chi lo dice che se non e’ stato un successo vuol dire che e’ stato un totale fallimento?”, oppure “come posso davvero sapere che gli altri se la cavano meglio di me?”).
  3. Normalizza il sentirti insicuro di tanto in tanto:
    Una famosa imprenditrice americana diceva una cosa che mi era piaciuta molto: “Not knowing something doesn’t make you a fraud, it makes you a student”. Datti il permesso di non essere perfetto ma in evoluzione, sii comprensivo e supportivo con te.
  4. Considera se lavorare sulle tue ferite passate:
    Il non sentirsi abbastanza ha spesso radici antiche ed e’ accompagnato da un dolore profondo che ha bisogno di essere ascoltato, compreso e confortato.

    Come sempre sono qui se vuoi confrontarti su questo post o se vuoi semplicemente scrivermi,

    Un sorriso,
    Giulia

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