Forse non parlate più, oppure litigate sempre – gli stessi argomenti, le stesse conclusioni, lo stesso punto morto.
In qualche modo vi siete abituati a stare insieme senza davvero stare insieme.
Non è una storia finita in modo netto, è una zona grigia molto faticosa. E se sei qui a leggere, probabilmente la conosci bene.
Questo post l’ho scritto per chi sente il peso di una coppia ferma dove non ci si muove più insieme, ma neanche da soli.
Perché chi vive all’estero sa che finire una relazione lì, è un po’ diverso.
Quando la coppia si congela
C’è un momento, spesso difficile da definire, in cui una coppia smette di andare avanti. A volte non c’è una lite definitiva, non c’è un tradimento, non c’è una rottura netta. C’è una stasi. Un congelamento.
Si continua a condividere l’appartamento, gli amici, la camera. Ma la vicinanza vera, quella in cui ti senti visto, capito e scelto, è sparita, o è diventata così rara da sembrare un ricordo.
Quello che rimane è una forma -la coppia come struttura esterna che regge- mentre dentro, l’involucro è vuoto.
Nei miei anni di lavoro con italiani espatriati, questa situazione l’ho ascoltata spesso, e ha delle caratteristiche specifiche. Perché la vita all’estero non è uno sfondo neutro, è un contesto che influenza e cambia (e non sempre allo stesso modo in cui succede al partner).
L’estero come acceleratore, o come freno
Vivere all’estero fa qualcosa alle persone: mette di fronte tantissime sfide tutte insieme e chiede di trovare dentro, altrettante risorse.
Ma questo processo non è uguale per tutti.
Per alcune persone l’estero è un acceleratore: si aprono, evolvono, scoprono parti nuove di sé.
Per altri è un frenante: si ritirano, si proteggono, si spengono.
L’acceleratore o il freno mettono in evidenza bisogni nuovi. Magari di curare ferite, di iniziare una famiglia, di cambiare stile di vita.
Quando in una coppia uno accelera e l’altro frena, la distanza che si crea è una distanza di evoluzione.
E’ per questo che può succedere che a un certo punto ci si ritrovi a guardare il partner e a pensare: “non sto più bene”, “non lo/la riconosco”, “non siamo più la coppia di prima”.
Non è colpa di nessuno, è quello che succede quando due persone partono insieme, ma procedono in modi diversi e in direzioni diverse.
Perché non ci si lascia
Se la coppia è finita (o quasi) perché non si riesce a chiudere?
Il fatto è che è complesso, e ci sono diversi motivi specifici. Vediamo insieme i 5 che ricorrono di più.
- La paura della solitudine: all’estero il partner è spesso il nostro punto di riferimento principale. Perderlo significa ritrovarsi soli e senza bussola in un posto che forse non abbiamo fatto ancora del tutto nostro.
- La messa in discussione del progetto di vita fuori: chiudere significa anche mettere in discussione tutto il resto: ha ancora senso restare in quel Paese e in quella città?
- I costi pratici: due stipendi, un affitto alto, oppure un mutuo condiviso. Separarsi in certe città del mondo implica anche capire se ce la facciamo da soli anche economicamente oppure no.
- La lealtà e il senso di colpa. Non posso farglielo. Dopo tutto quello che ha fatto per me. Se lo lascio, cosa gli succede? Questi pensieri a volte diventano una gabbia.
- Lo spaesamento identitario. Chi sono da solo, in questo Paese? È una domanda difficile, che a volte spaventa (anche se apre porte immense).
I pattern che mantengono la stasi
Quando una coppia è congelata, possiamo notare che ci sono dei comportamenti ricorrenti:
L’evitamento emotivo: si riempie il tempo. Si viaggia molto, si organizzano uscite, si frequentano di più gli amici, si lavora di più. Non è sempre consapevole, ma serve per non sentire quel dolore, dentro.
Le discussioni circolari: si litiga sempre allo stesso modo e sulle stesse cose. La lite non risolve nulla perché il vero problema non viene davvero toccato. Ogni volta si torna al punto di partenza.
La distanza emotiva come accordo non detto: si sta insieme, ma su binari paralleli. Ognuno nella propria vita, ognuno nei propri pensieri. Una convivenza civile che a volte può far pure pensare che la coppia stia continuando a funzionare (dall’esterno).
E poi ci sono i momenti di crisi acuta, una visita alla famiglia, un problema che insorge, che rompe l’equilibrio e mette tutto in evidenza.
Lo spiraglio: il disgelo
Se stai vivendo una stasi nella tua coppia c’è qualcosa che mi piacerebbe dirti, perché lo vedo succedere spesso con le persone con cui lavoro.
Esiste una versione di te che ce la fa da sola.
Che si sente stabile, sicura, capace di vivere e prendere decisioni. Che non ha bisogno dell’altro per stare in equilibrio. Che non ha bisogno che l’altro stia bene, per stare bene.
Se non l’hai ancora sperimentato nella tua vita, può essere difficile immaginarlo. Ma esiste.
Il disgelo non arriva tutto insieme, è lento. È fatto di piccoli momenti in cui qualcosa si muove.
Qualcuno me lo ha raccontato così:
“Per un attimo mi sono sentito leggero, e mi sono ricordato che quella sensazione esiste.”
“Sono andata a ballare e ho sentito qualcosa riaccendersi.”
“Sono stata a quella cena da sola e non mi sono sentita a disagio.”
Sono cose piccole, ma ci raccontano qualcosa di importante: il senso di te esiste indipendentemente da come va a finire la tua storia.
Non posso dirti cosa fare con la tua relazione, se chiuderla, riaprirla o aspettare ancora.
Ma voglio dirti che dentro di te c’è qualcosa di forte su cui puoi appoggiarti. Anche se adesso non riesci a sentirlo, anche se la zavorra della coppia copre tutto il resto.
Quella solidità non sparisce perché sei all’estero, perché sei in difficoltà, perché hai paura. È lì. Il lavoro è ritrovarla e rafforzarla.
Un momento finale per te
Prima di chiudere, vorrei farti una domanda:
mentre leggevi, cosa hai sentito?
Se ti va, stai con la risposta per un attimo.
Questa risposta ti dà un’indicazione importante: forse, devi iniziare da lì.
Ti mando un sorriso,
Giulia




