città vista attraverso una finestra a griglia con riflessi — la vita all'estero attraverso un filtro

Deluso dalla vita all’estero? Non è come l’avevi immaginata

“Mi ero immaginato una vita diversa da quella che ho adesso”.

Magari te lo sei detto in un momento preciso, quando la mattina camminavi per la solita strada verso il lavoro, oppure quella domenica pomeriggio a casa.

Non è che vada tutto male. È che questo non è quello che avevi in mente quando sei partito.

Se ti senti deluso dalla tua vita all’estero, voglio dirti una cosa: non è che sei troppo esigente, e non hai necessariamente sbagliato scelta.

Quello che vivi ha alla base un meccanismo psicologico preciso. Io lo conosco da entrambi i lati: ci sono passata durante i miei anni all’estero, e lo ascolto spesso in seduta dai miei pazienti italiani espatriati.

In questo post te lo mostro pezzo per pezzo.

Perché ti senti così? Il filtro che ti sei portato dietro.

Quando sei partito, senza rendertene conto, ti sei portato dietro due cose:

La prima è la narrazione collettiva di quella particolare città: ovvero l’idea pre-confezionata di quel posto. Berlino è libertà. Londra è opportunità. Parigi è romanticismo.
Quell’idea esisteva da prima che tu comprassi il biglietto, ti è arrivata dai post di chi ci viveva, dai racconti di chi c’era stato, dai film.

Non l’hai scelta o creata tu, ma ti ha influenzato.

Poi, hai portato con te le tue aspettative: quello che cercavi partendo, e anche quello che volevi lasciare indietro, andando via.

Forse un posto con più scelte, più libertà, più apertura. Una vita più semplice, meno pesante e più felice. Anche queste aspettative ti hanno influenzato.

Queste idee insieme, sono diventate infatti come un filtro, attraverso cui hai guardato e hai vissuto la città.

E i filtri funzionano così: fanno passare qualcosa e non fanno passare altro. In pratica, il tuo, ha confermato quelle idee, e ha scartato tutto ciò che non combaciava.

Questo in psicologia si chiama confirmation bias: quando abbiamo un’aspettativa, l’attenzione cerca attivamente le prove che la confermano.

Nei primi tempi quindi, vedi la città e la vita che ti eri immaginato, perché stai letteralmente selezionando quella.

Quando il filtro diventa pieno

Col tempo però, alcune cose non restano più sullo sfondo: le persone che non ti piacciono, la qualità di vita che non è come la vuoi, la mentalità del posto che senti lontana. A un certo punto, il filtro non basta più a tenerli fuori, e ce li hai davanti agli occhi.

Non è un evento netto: è un cedimento graduale del filtro, che a un certo punto supera una soglia. E quando la supera, le emozioni arrivano tutte insieme: la delusione, certo, ma anche la rabbia (verso la città o quella vita, verso chi te l’aveva raccontata diversa, oppure verso te stesso per averci creduto), la tristezza per quello che hai lasciato senza ottenere in cambio ciò che cercavi. E pure l’ansia, perché non ti senti mai completamente tranquillo e stabile.

Tanta roba.

Arrivato a questo punto, ti sembra di vedere la città e la tua esperienza all’estero “finalmente per quello che è”.

Ma non è così: questa emozione non te le sta facendo vedere più chiaramente di prima, anzi.

E’ qui che arriva il punto che nessuno ti racconta: anche la delusione intensa è un filtro.

Stai vedendo le cose attraverso un filtro di segno opposto: prima selezionavi le conferme, ora selezioni le smentite.

L’intensità di quello che senti ti sembra una prova di verità, ma non lo è: è una prova di quanto quella promessa e quel sogno contava per una parte di te.

Le diverse parti che parlano dentro di te

Dentro di noi vivono diverse parti, in Analisi Transazionale li chiamiamo Stati dell’Io. Nel meccanismo del filtro che stiamo vedendo ne compare uno: il Bambino. E’ lui che ha parlato per tutto questo tempo, con due voci diverse.

La prima voce è quella che si era innamorata del sogno iniziale: voleva credere che quel posto avrebbe sistemato tutto. Non è ingenuità, il Bambino è la parte che spera con entusiasmo, anche se a volte idealizza.

Quando il filtro cede, esce la seconda voce dello stesso Bambino: quella che è rimasta male. Non pensa che le cose siano andate diversamente e basta, lo sente come un tradimento. E a volte, è così tanto deluso perché viene toccato qualcosa di più vecchio: una ferita sul non riuscire mai ad avere ciò che desidera.

Quindi, in entrambe le fasi — l’entusiasmo dell’inizio e la delusione di adesso — a parlare è sempre stato lo stesso Bambino: prima con la voce piena di speranza, poi con quella ferita.

Nessuna delle due vede la città e la vita all’estero com’è. Ed è per questo che chiederti “qual è la verità quindi su questo posto?” non ti sta portando da nessuna parte: lo stai chiedendo a due voci che non possono risponderti.

Cosa succede se resti con la delusione

Finché a parlare sono solo quelle due parti, la tua visione resta offuscata. E ci sono due rischi nel continuare a vivere dentro la delusione.

Il primo è l’impantanamento: mesi o anni passati ad alimentare questa sensazione spiacevole e a giudicare vari aspetti della tua vita, senza starci bene.

Il secondo, è il prendere decisioni con questa emozione: chi non riconosce questo meccanismo tende ad attribuire tutto il malessere che vive al Paese, e a ritrasferirsi. Nuova città, nuova narrazione collettiva, nuove aspettative: lo stesso ciclo che ricomincia altrove.

Non dico che restare sia sempre la risposta giusta, ma che una decisione presa dentro il filtro non è una decisione, è una reazione. È la parte rimasta male che si mette al volante della tua auto.

Quindi che fare?

Se le due parti  non possono dirti la verità, la domanda diventa: chi può?

C’è un’altra parte che può farlo, si chiama: Adulto. La parte che osserva senza schierarsi, che risponde e sceglie invece di reagire.

È la parte che può distinguere tra: cosa apparteneva alla promessa inziale, cosa appartiene a una ferita più vecchia, e cosa sta davvero succedendo nella tua vita lì, nel concreto, oggi.

Far emergere l’Adulto è un lavoro che si fa in terapia.

Nel mio percorso Identità, appartenenza & legami ascoltiamo tutte le parti, sosteniamo il Bambino e diamo nuovo spazio all’Adulto, in modo da stare con le emozioni senza esserne travolti ed essere più lucidi nel capire come stare meglio in questa fase della vita.

Se ti sei riconosciuto

Se leggendo hai pensato “sono io”, quel riconoscimento è già un primo movimento del tuo Adulto: hai guardato il meccanismo da fuori, anche solo per qualche minuto.

Se ti interessa approfondire, posso offrirti una call gratuita di 15 minuti: non è una seduta, ma uno spazio per mettere a fuoco la tua esperienza e capire se possiamo lavorarci insieme.

Un abbraccio,

Giulia

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giulia salerno

Sono Giulia, psicoterapeuta dell’espatrio. Ti aiuto a ritrovare la stabilità se ti senti fuori posto, vivi il dubbio su dove vivere, o le tue relazioni con il partner e la famiglia lontana sono diventate difficili.

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